Sull’inno nazionale italiano: un po’ di storia

Giorgio Vecchio

Durante il lungo periodo dello Stato liberale, governato dai re Savoia, l’inno nazionale fu ovviamente la Marcia Reale, affiancata tuttavia - al tempo del regime fascista - dal canto di Giovinezza. Nelle manifestazioni o nelle scuole si usava cantare anche gli inni patriottici ereditati dalla tradizione del Risorgimento e dalla Grande Guerra: il cosiddetto Inno di Mameli più propriamente Canto degli italiani o Inno di Novaro, visto che il testo, scritto da Goffredo Mameli nel settembre del 1847, fu musicato da Michele Novaro. Altri canti risorgimentali (l’Inno di Garibaldi), canti legati al ricordo della Grande Guerra (La leggenda del Piave, La canzone del Grappa), e ancora brani verdiani come il celeberrimo Va, pensiero, che parecchi nostri soldati intonarono nei convogli che li portavano verso i campi di prigionia della Germania dopo l’8 settembre 1943.

Con la caduta della monarchia e la proclamazione della repubblica in seguito al referendum del 2 giugno 1946, si pose il problema di individuare simboli adeguati per il nuovo stato di cose: la decisione più facile fu quella di togliere dal Tricolore lo stemma di casa Savoia, mentre per l’inno nazionale si procedette in maniera alquanto confusa e pasticciata.

Infatti, soltanto il 12 ottobre 1946 il Consiglio dei Ministri affrontò fugacemente il problema dell’inno e ne diede notizia in termini lapidari: «Su proposta del Ministro della Guerra si è stabilito che il giuramento delle Forze Armate alla Repubblica e al suo Capo si effettui il 4 novembre p.v. e che, provvisoriamente, si adotti come inno nazionale l’inno di Mameli».

Per il momento poteva forse bastare. Il guaio è che, dopo quel giorno, non se ne parlò più e tutto rimase incerto, forse per confermare il detto secondo cui in Italia “nullo è più definitivo del provvisorio”.

Per cominciare, nessun ministro si preoccupò di emanare una qualche circolare che formalizzasse la decisione presa, così che nelle settimane successive lo stesso ministero degli Esteri dovette chiedere lumi alla Presidenza del Consiglio sulla base delle notizie apparse sui giornali. L’incertezza e la confusione si perpetuarono e i quesiti si moltiplicarono.

A più riprese si fece vivo il ministero della Difesa per sapere cosa si dovesse suonare in occasione dell’alzabandiera nelle caserme, spiegando anche che «attualmente nelle cerimonie ufficiali in sostituzione del passato inno nazionale vengono eseguiti uno o più d’uno dei seguenti inni: inno del Piave, inno di Mameli, inno di Garibaldi». Ma a quale dei tre i militari avrebbero dovuto fare il presentatarm?

Nel 1948 fu la volta del CONI, il cui presidente, il famoso Camillo Onesti, chiese quale inno si sarebbe dovuto suonare nella lieta circostanza di una vittoria italiana alle imminenti Olimpiadi di Londra.

In tutti questi casi, invariabilmente, la Presidenza del Consiglio rispondeva che “provvisoriamente” si doveva eseguire l’inno di Mameli. Di tanto in tanto, compariva qualche articolo di giornale o qualche lettera inviata alle autorità dello Stato, per suggerire di adottare qualche altro testo, magari rifacendosi a uno dei più celebri cori verdiani, a cominciare dal Va, pensiero. In questo contesto non mancarono gli incidenti più o meno curiosi. Alle Olimpiadi di Melbourne del 1956, dopo la vittoria di Ercole Baldini nella prova ciclistica su strada, non si trovò il disco con l’inno italiano: ci pensarono i nostri emigrati a intonare «Fratelli d’Italia» a pieni polmoni. Il 6 maggio 1959, in occasione della partita Inghilterra-Italia allo stadio di Wembley la banda suonò addirittura la Marcia Reale, suscitando polemiche e interrogazioni parlamentari.

Di fatto, però, l’inno di Mameli si impose nella pratica. Negli anni della guerra fredda e dello scontro più duro tra il governo democristiano e l’opposizione di sinistra, il Canto degli Italiani fu cantato dai manifestanti come segno di libertà e di rispetto dei principi della Costituzione democratica.

Nulla cambiò, però. Si dovette attendere la contestazione frontale da parte della Lega Lombarda di Umberto Bossi, specialmente nella fase più acuta della proposta secessionistica della cosiddetta “Padania”. L’attacco fu virulento nei confronti sia del Tricolore sia dell’inno nazionale, cui si contrappose di nuovo il Va, pensiero, dimenticando clamorosamente che esso era il canto degli ebrei sconfitti ed esuli, non il massimo dunque per un testo volto a sollecitare il patriottismo e l’orgoglio nazionale.

La reazione delle altre forze politiche maturò lentamente, tanto che anche le celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia passarono senza che quel “provvisorio” diventasse ufficialmente “definitivo”.

Intanto, però, la pedagogia civile avviata dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e proseguita dal suo successore Giorgio Napolitano diede frutto: Tricolore e Inno di Mameli divennero (o tornarono) più popolari. E finalmente il Parlamento si mosse con efficacia: la legge n. 181 del 4 dicembre 2017, composta di due soli, brevi, articoli, sancì che «La Repubblica riconosce il testo del “Canto degli italiani” di Goffredo Mameli e lo spartito musicale originale di Michele Novaro quale proprio inno nazionale». Dopo ben 71 anni, il “provvisorio” era davvero cancellato.

4 febbraio 2019